La casa de papel, diciamo addio alla banda

La famosa banda del Professore ci ha accompagnato in questi anni, dal 2017 al 2021, facendoci sia emozionare sia impallidire per la tensione. Ma anche le cose belle finiscono, quindi abbiamo detto addio alla serie spagnola il 3 dicembre, quando Netflix ha distribuito la seconda e ultima parte della quinta stagione. La casa di carta (titolo originale La casa de papel) non ha riscosso subito il successo come si pensa. Infatti, la serie si era conclusa con un’unica stagione trasmessa sull’emittente Atena3. Appena approdata sul colosso dello streaming, però, La casa di carta è schizzata in cima alle classifiche delle serie più viste, arrivando ad un successo mondiale. Le iconiche tute rosse, la maschera di Dalì e per non parlare della canzone partigiana italiana Bella ciao (forse snaturata poi nel significato originale) hanno spopolato in tutto il mondo diventando,così, simboli di una resistenza che combatte il capitalismo e il malgoverno.

Abbiamo seguito i nostri ladri nell’impresa di derubare la Zecca di Stato di Madrid sotto la direzione del Professore, nome in codice di Sergio Marquina (Álvaro Morte). E ci siamo affezionati, dopotutto, a questi ladri perché sono degli emarginati della società che provano a sopravvivere cogliendo ogni possibilità, anche quella criminale di fare un colpo così grosso. Ogni ladro ha scelto per sé un nome di città, città che in parte lo rappresenta. E così abbiamo riso e pianto per la schiettezza di Nairobi (Alba Flores), per l’impulsività di Denver (Jaime Lorente), per la dolcezza di Helsinki (Darko Perić), per le insicurezze di Stoccolma (Esther Acebo), per la fragilità di Rio (Miguel Herrán), per la storia del Professore con Lisbona (Itziar Ituño) e abbiamo (ne sono certa) mal sopportato Arturo (Enrique Arce).

La voce di Tokyo, o meglio Silene Oliveira (la fantastica Úrsula Corberó) racconta le vicende della banda ponderando i momenti di tensione e quelli più esplosivi. Sicuramente le prime stagioni sono state più originali e innovative, poi lo schema riadattato per la nuova rapina ha, forse, dimezzato la soglia d’attenzione. Cavalcare l’onda del successo non sempre è la cosa giusta da fare, si rischia di riproporre dinamiche già viste e, soprattutto, potrebbe rovinare l’intera serie. Per me, infatti, è indubbio che La casa de papel potesse fermarsi molto prima. Ma la quinta stagione rialza l’asticella, la lotta tra Stato contro Banda si trasforma in una lotta di trincea all’interno della Banca di Spagna. Ed è qui che la mano di Álex Pina, ideatore della serie, si vede maggiormente: negli inseguimenti, nella strategia e nei colpi di scena continui c’è la sua firma, basti ricordare gli altri suoi lavori (Vis a vis o Sky Rojo). Interessante è stata la storyline flashback di Berlino (Pedro Alonso), personaggio che ci ha lasciato subito ma che è tornato a più riprese sia per l’entrata in scena di Palermo (Rodrigo de la Serna) sia per l’introduzione di Tatiana, la moglie (la frizzante Diana Gómez), e il figlio avuto dalla relazione precedente, Rafael (Patrick Criado).

Per quanto quest’ultimo personaggio sia stato abbastanza scialbo rispetto a tutti gli altri protagonisti, anche nuovi come Manila (Belén Cuesta), è stato fondamentale per il finale e forse lo rivedremo nello spin-off già in produzione su Berlino. Le ultime puntate sono state leggermente Professore-centriche, ma ha spiccato la meravigliosa Najwa Nimri nell’interpretare Alicia Sierra, la spietata ex ispettrice che ha dato quel tocco in più a quest’ultima parte.

La quinta stagione è stata pura strategia militare, il finale incalzante e coerente. Infatti, nonostante possa essere un finale “felice”, in realtà rappresenta il trionfo della corruzione. La folla parteggiava per la Banda, simbolo della Resistenza e della Libertà, un po’ come la folla del Joker di Todd Phillips ha ineggiato e osannato il Joker per il suo spirito rivoluzionario. Ma non c’è nessuna rivoluzione, nella Banda c’è egoismo e brama di sentirsi potenti, in Joker c’è la solitudine degli emarginati e la pazzia. Noi fan abbiamo tifato per la banda senza leggere il sottotesto: lo Stato è corrotto e ci può manipolare, lo dimostra il colonello Tamayo (Fernando Cayo) costretto a misure drastiche dopo essere stato inchiodato dalla Banda. Dunque, è stato davvero un’happy ending?

In definitiva, è un prodotto godibile che si presta al binge watching, voto: 7.

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