Jeffrey Dahmer: mostro o anche essere umano? Analisi + recensione (ATTENZIONE SPOILER)

So che può sembrare un titolo contradditorio, divisorio e provocatorio, lo so. Ma guardando Dahmer – Mostro: la storia di Jeffrey Dahmer mi sono posto questo quesito nella testa più volte: Jeffrey Dahmer era un mostro o è diventato tale? Prima di dirvi la mia su questa miniserie “scandalo” dell’anno, vorrei parlarvi di cosa tratta in sintesi questo progetto.

Dahmer – Mostro: la storia di Jeffrey Dahmer (Dahmer – Monster: The Jeffrey Dahmer Story) è una miniserie televisiva statunitense del 2022, basata sulla biografia del serial killer cannibale Jeffrey Dahmer che terrorizzò lo Stato del Wisconsin tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90. La miniserie, composta da 10 puntate, è stata pubblicata su Netflix il 21 settembre 2022 ed è prodotta e diretta dalla mente contorta e sfacciata di Ryan Murphy assieme a Ian Brennan, Janet Mock per la sceneggiatura, mentre Carl Franklin dirige l’episodio pilota. Il tutto correlato e ampiamente documentato attraverso la colonna sonora e le musiche del maestro Nick Cave. La serie fin da subito ha destato dubbi, ripercussioni e critiche da parte delle famiglie di chi ha perso quelle persone. L’impatto mediatico è stato l’ equivalente di quello che l’ha proclamato come prodotto di successo dato che, ad oggi, è la terza serie, in termini di visualizzazioni, un miliardo di ore in sette settimane su Netflix.

Trama

Milwaukee, 1991. Jeffrey Dahmer viene arrestato dalla polizia. Gli investigatori scoprono diversi cadaveri smembrati nel suo appartamento, ossa e numerosi resti umani. Alcuni anni prima, nel 1966, il giovane Jeff ha avuto un’infanzia complicata nella sua famiglia: Il matrimonio dei suoi genitori crolla davanti ai suoi occhi e i due finiscono per separarsi pochi anni dopo. Jeffrey si ritrova quindi solo a lottare con le proprie insane pulsioni.

La serie ci mostrerà la “genesi” del protagonista, di tutti gli avvenimenti che l’hanno portato ad essere ciò che è: un mostro, a detta dei media e della stampa mondiale. La trama si suddivide in Jeffrey da bambino fino all’adolescenza e poi le ripercussioni del tempo attraverso situazioni nel mezzo, per poi concludere con l’ennesimo adescamento verso un ragazzo, poi l’arresto e il processo. Durante esso ci vengono mostrate tutte le vittime (diciassette) che Jeffrey ha incontrato e ucciso nel suo appartamento e a casa della nonna, il tutto dal punto di vista psichico e analitico. Nel cast figurano, oltre al protagonista Jeffrey Dahmer (Evan Peters), il padre di Jeffrey, Lionel Herbert Dahmer ( Richard Jenkins) la madre, Joyce Anette ( Penelope Ann Miller), la nonna, Catherine Dahmer (Michael Learned), la matrigna di Jeffrey compagna del padre, Shari Dahmer (Molly Ringwald) e Glenda Cleveland, vicina di casa di Jeffrey interpretata da Niecy Nash. Un cast eterogeno ma ben compattato nel suo insieme in quanto ognuno di loro è un tassello importante della creazione di Jeffrey.

Jeffrey Dahmer: costruzione di un mostro.

Chi è Jeffrey Dahmer? Perchè è diventato il “mostro”?

Il personaggio di Jeffrey Dahmer viene interpretato dal brillante, inquietante e meticoloso Evan Peters, volto famoso di American Horror Story. Chi meglio di lui, abituato negli anni ad interpretare personaggi dalle menti contorte, omicida e instabili poteva farlo? Peters nel ruolo di Dahmer è totalmente perfetto! Identico nella mimica facciale, nei gesti, nel modo di camminare e parlare ti mette ansia e brividi quando è in scena. Evan, ha analizzato il personaggio dal profondo delle viscere, scavando nella sua psiche e attraverso i ricordi e momenti del suo passato e della sua intera esistenza come essere umano. Ecco, Peters ha voluto mostrare non soltanto il mostro noto delle cronache nere negli annali ‘80 e ‘90, ma anche di una persona umana con sentimenti e sensazioni. Sì, lo so, starete pensando che Jeffrey Dahmer era un serial killer, che ha ucciso brutalmente e ingiustamente tanti ragazzi, vero. Sia chiaro, qui nessuno vuole esulare o minimizzare su ciò che Dahmer ha fatto in quegli anni, anche perchè sarebbe qualcosa di contorto e preoccupante però sono un appassionato di true crime, di biografie su serial killer e negli anni ho visto tanti prodotti simili che analizzano il profiler degli assassini attraverso il subconscio e fattore psichico di ogni elemento di studio che mi hanno portato ad andare oltre, non a giustificare quello che facevano ma a vederli non solo mostri ma anche, prima di tutto, esseri umani.

Lionel e Joyce: due “mostri” di genitori

D’altronde è risaputo che i mostri generano altri mostri, no? Partiamo dalla sua infanzia. Anzi, prima di nascere in realtà quando sua mamma

 Penelope Ann Miller

Joyce porta in grembo suo figlio, Jeffrey. La donna ha dei sdoppiamenti di personalità e tende a farsi del male perchè prende pillole in maniera esorbitante in quanto soffre di una forte depressione che si è radicata nel tempo. Spesso ha perso i sensi e ha tentato il suicidio con appunto dentro di lei suo figlio. Ci viene subito da pensare che il bambino abbia subito qualche disturbo già dalla nascita, già da quando era in grembo della sua mamma. Joyce è una donna instabile, con atteggiamento aggressivo- passivo che spende la metà del suo tempo a scontarsi con suo marito Lionel incolpandolo di qualsiasi cosa. Non sappiamo bene però cosa ci sia alla base di questo malessere, ma è chiaro anche allo spettatore che i due adulti non vadano d’accordo, che qualcosa si sia incrinato nel loro matrimonio. Jeffrey nasce e passa gran parte della sua vita a vedere una madre sull’orlo del delirio, instabilità e del suicidio. Insomma, sicuramente non è l’emblema di una donna che possa definirsi “madre”, non per colpa sua magari ma perché c’era qualcosa, alla base, del fattore psicologico da risolvere e che non era stato risolto. La figura di una madre inesistente e poco attenta a suo figlio, anche se l’altro figlio, David, fratello minore di Jeffrey aveva le attenzioni che meritava. Joyce riteneva suo marito colpevole di aver assecondato quegli impulsi che crescendo sono esplosi e diventati istinti omicidi. Stanca di questo loro legame, sentendosi messa da parte, divorzia e lascia suo figlio Jeffrey in balia del destino e portandosi via suo fratello e sparendo dalla sua vista. Insomma, sicuramente non avrebbe vinto la fascia “migliore mamma del secolo” no?

Richard Jenkins

Ma Lionel? Suo padre? Era meglio della sua ex moglie? Nemmeno per sogno! Lionel è un uomo che passa la maggior parte del tempo a lavoro, quindi è molto assente nella vita della sua famiglia. Padre assente, marito che scarica ogni responsabilità e colpe su sua moglie che, ormai, è incapace di gestire tutta quanta la situazione e che con gesti estremi ripetitivi cerca di avere la sua attenzione ma con scarsi risultati. Lionel in qualche modo cerca di sopperire la mancanza di sua madre assecondando la passione di Jeffrey: dissezionare animali morti. Suo padre, cercando di essere riconosciuto come tale, si avvicina al figlio e asseconda questa malsana abitudine costruendo un capanno dove insieme troveranno animali da dissezionare. Questo porterà indubbiamente a legare di più tra loro ma metterà a rischio il rapporto con sua madre e moglie di Lionel che sentendosi trascurata si ribellerà all’uomo. Okay, sicuramente non tutti i possibili serial killer lo diventano perchè da ragazzini si divertivano a dissezionare animali morti, no? Magari suo padre ha pensato che se avesse assecondato suo figlio lui avrebbe avuto un interesse tale da sviluppare un giorno futuro un’indirizzo di studi e di una carriera futura nel campo medico. L’idea in sé, non è male, soltanto che Jeffrey era cresciuto senza riferimenti o presenze fisse nella sua vita, era sempre solo, questo ha sviluppato dentro di lui quell’insana voglia di passare dall’animale morto al corpo umano.

Lionel divorzia da sua moglie, la donna lascia l’abitazione e lascia suo figlio da solo, stessa cos che farà Lionel quando, dopo un mese, assieme alla sua nuova compagna Shari, deciderà di fare visita a casa sua e si renderà conto che suo figlio ha passato un mese intero da solo a procurarsi da mangiare e a vivere la sua esistenza di per se inutile e disconnessa dalla realtà. Quando si rende conto che Jeffrey ha perso la retta via, dopo aver scoperto che ha terminato il liceo con una bassa media, decide di mandarlo al college ma anche lì ci saranno numerosi problemi, verrà espulso e lo porteranno a prendere l’ennesima decisione: manda Jeffrey nell’esercito credendo che tutti i problemi di suo figlio ( e repulsioni) siano un triste ricordo. Cosa più sbagliata di questo mondo! Lionel non era quel padre attento, premuroso, amorevole con suo figlio ma era ferreo, lo puniva e non lo ascoltava mai del tutto, non si metteva mai a tavolino e provava a capire cos’è che tormentasse suo figlio. Lo puniva, lo perdonava e tutto ripartiva come prima. Cosa più sbagliata di questo mondo perchè Jeffrey voleva essere considerato, ascoltato e compreso ma nessuno riusciva a capirlo, nemmeno i suoi due genitori. Lionel è colpevole quanto sua moglie secondo me perchè seppur in maniera differente ha contribuito alla costruzione di una persona come Jeffrey, ovvero instabile, insicura, tormentata e piena di demoni dentro di sé. Suo padre era la figura che poteva aiutare davvero Jeffrey a coprire, in parte, quella figura materna che era mancata fin dall’inizio. Quando scoprirà delle atrocità di suo figlio e quello che ha fatto negli anni, l’uomo prima si incolperà di tutto quanto, poi darà la colpa alla sua ex moglie e infine, per assolversi dal mea culpa, pubblicherà addirittura un libro autobiografico raccontando la storia di suo figlio. I due genitori passano l’arco del tempo ad incolparsi a vicenda di quello che loro figlio è diventato senza rendersi conto, poi, che sono loro che hanno assecondato e hanno determinato ciò che Jeffrey era. Due figure genitoriali assenti e tossiche per il loro figlio. Vi dirò, si è dato poco spazio alla matrigna di Jeffrey, ovvero Shari compagna di Lionel, ma in tempi giusti la donna avrebbe potuto dare la giusta educazione e, anche, quell’amore che a Jeffrey è mancato come madre e padre. La donna ha un atteggiamento totalmente diverso da Lionel e Joyce. Anzi, la donna cerca anche di metterli davanti alla questione, senza fare incolpare l’uno o l’altra, ma capire di aver sbagliato entrambi con Jeffrey. La donna sarebbe stata un’ottima figura presente per lui, forse in alcune situazioni darà troppo corda al vittimismo di un compagno pieno di rimorsi, ma questa è un’altra storia.

Molly Ringwald e Richard Jenkins
Molly Ringwald

la genesi: Jeffrey Dahmer è il risultato di errori e ripercussioni negli anni

Le diciassette vittime che Jeffrey Dahmer uccise tra il ’78 al 91

ATTENZIONE SPOILER: se non hai visto la serie, o sei suscettibile, ti suggerisco di non andare oltre con la lettura dell’articolo.

Abbiamo analizzato il fattore “genitore” nella vita del ragazzo che sicuramente hanno avuto rilevanza e in parte, determinato successivamente la costruzione di quello che è diventato. Ma chi era Jeffrey? Com’è diventato il “mostro” del Milwaukee che mise fine alla vita di ben diciassette persone? Ripercorriamo assieme i suoi movimenti che nella serie partono dalla fine per poi arrivare all’inizio: l’infanzia, le situazioni e circostanze che l’hanno portato a compiere quelle atrocità. Dal momento dell’arresto, le dichiarazioni e la morte in carcere.

Nick A Fisher

Jeffrey ci viene mostrato un bambino solitario, curioso e intelligente che sviluppa l’interesse verso la vivisezione di animali morti. Passa il resto del suo tempo ad apprendere le caratteristiche e peculiarità di questa nuova inclinazione che lo affascina terribilmente: l’anatomia degli esseri viventi. Diventato adolescente, al liceo, Jeffrey continua a portare avanti questa suo feticismo e inizia a creare qualcosa dentro di sé.

Steven Hicks: giugno 1978 Qualcosa che inizia a farsi strada nella sua testa e nella sua psiche mentale tanto da portarlo all’eccitazione più estrema e sessuale nel solo smembrare animali. La cosa si è intensificata durante il periodo liceale durante le lezioni di medicina dove sezionerà un maiale e proverà eccitamento nel farlo. Il tutto condito da quando Jeffrey ha iniziato a farsi delle domande con se stesso, dei dubbi sul suo orientamento sessuale attraverso il piacere, che durante la masturbazione con un Playboy non avviene. La cosa inquietante e sinistra è che Jeffrey prova piacere e si eccita pensando solo agli animali morti, questo provoca in lui eccitazione totale. Qualcosa che indubbiamente, vista in separata sede, è l’insieme di quella genesi . A scuola si sente emarginato e poco considerato, non stringe rapporti d’amicizia o relazioni sentimentali ma viene considerato soltanto perchè la gente ride di lui e non con lui. La questione peggiora e si espande quando, una volta divorziati i suoi genitori Jeffrey si ritrova a vivere da solo inconsapevole del suo futuro passando giornate nel praticare attività fisica, con i pesi, bere birra e masturbarsi con materiale porno gay, insomma, sicuramente una condizione che peggiora la sua stabilità mentale. Il tutto però sfocerà in qualcosa che forse, nel tempo, si era annidato nella sua mente: ovvero non più divertirsi con animali morti ma passare agli esseri umani. Fa degli incubi e ha delle visioni che in qualche modo lo tormentano. Un giorno, durante le sue passeggiate in auto solitarie incontrerà un ragazzo Steven Hicks  (Cameron Cowperthwaite) che sta facendo autostop per andare a un concerto. Jeffrey propone di accompagnarlo se lui andrà a casa sua a bere birra con lui, il ragazzo accetta. Tra i due avviene qualcosa, Jeffrey vuole provarci con lui ma avviene un rifiuto e in preda al nervosismo lo colpisce alla testa e lo strangola. Il primo dei tanti omicidi. Prima di smembrare il suo corpo, si masturba sul suo cadavere.

Da qui avviene tutto quanto, qui si iniziano a creare le basi di una mente deviata e già piena di cicatrici del passato che emergono facendo da controbilancio con quelle del presente. Dopodiché Jeffrey comincia, presso ormai da altro nella sua testa, a perdere colpi nell’ ambito scolastico (causa anche delle numerose assenze) tanto da diplomarsi con una media molto bassa e portarlo a non partecipare per la foto di classe.

Il ragazzo però si intrufola e riesce a farsi la foto ugualmente (c’è un sottile parallelismo in questa scena con Andrew Cunan, altro serial killer che sconvolse gli Stati Uniti alla fine degli anni ’90, assassino di Gianni Versace e altre cinque persone ), ma i compagni di classe scoprono tutto quanto e cancellano la sua faccia nella foto. Inutile dire che tutto questo porterà il ragazzo a sentirsi escluso, emarginato e non accettato dalla società in quanto “diverso”. Su consiglio del padre e il preside, Jeffrey frequenta il college ma beve molto saltando le lezioni e facendosi buttare fuori per la media nuovamente bassa. Il padre amareggiato decide di mandarlo nell’esercito ma anche lì Jeffrey combina dei guai, il tutto sorretto dalla curiosità e intelligenza che vive dentro di lui tanto da portarlo ad imparare ad usare l’Halcion, un sonnifero, lo somministra ai suoi commilitoni per drogarli e approfittarsene di loro per restare in compagnia dei loro corpi quasi senza vita. Inutile dire che la situazione precipita sempre più, Jeffrey viene congedato e rimandato a casa.

Evan Peter e Michael Learned

Il ragazzo va a vivere a casa di sua nonna, Catherine Dahmer, una donna tranquilla che deciderà di prendersi cura del nipote su richiesta di suo figlio Lionel. Il ragazzo cerca di andare d’accordo con sua nonna, le fa compagnia la sera e continua a seguire il suo stile di vita. Troverà lavoro in una gastronomia polacca a Miami, qui poterà avanti il suo feticismo verso la carne d’animale e studiandone meticolosamente ogni dettaglio interessante per le sue future vittime. Ma Dahmer, stranamente, per nove anni decide di non commettere più omicidi, vuole essere , come dirà successivamente alla polizia:

«Stavo cercando di essere un bravo ragazzo».

Però la permanenza di bravo ragazzo è durata ben poco, anche se nove anni sono tanti, bisogna dirlo. Riprende a farlo subito dopo e con frequenza assidua. Il primo poteva sembrare un caso isolato, cosa che non era visto il risultato. Non riesce più a frenare quell’inclinazione, quel segno distintivo di chi è. Continua a reprimere i suoi istinti sessuali e il bere diventa sempre più incessante. Durante una giornata di shopping, si intrufola all’interno del negozio alla chiusura e ruba un manichino che si porterà a casa sua nel suo letto per dare libero sfogo alle sue fantasie sessuali. Sua nonna scoprirà tutto quanto e porterà allo scontro e disaccordo continuo con lei dopo quello avvenimento. La donna è molto cattolica e tenta in tutti i modi (senza riuscirsi) di portare Jeffrey con lei in chiesa, ma il ragazzo non crede nella chiesa e in Dio, questo sarà motivo di discussione con sua nonna per tutto il tempo. Una notte Jeffrey, ubriaco, va in un luna park e inizia a masturbarsi ripensando a Steven. La questione causerà l’arresto del ragazzo, rilasciato su cauzione da suo padre (primo errore dei tanti commesso da lui). Viene licenziato subito dopo e costretto a trovare nuovamente un lavoro, lo trova presso un centro di trasfusioni di sangue a Milwaukee. Però non può fare a meno di reprimere i suoi istinti, ruba le sacche e il sangue lo beve a casa sua. Devo dire che Dahmer provava comunque nell’impegnarsi a trovare lavoro e ad essere indipendente, ma le sue devianze sessuali lo portavano sempre a rovinare tutto quanto, a ripartire da zero.

Nel’87 va al Club 219 e qui si destreggia tra incontri con uomini con cui trascorre le notti in uno stabilimento balneare drogando le sue vittime con l’Halcion. Dopo aver quasi ucciso uno dei suo amanti, viene bandito totalmente da ogni stabilimento balneare del Milwaukee. Lo fermerà tutto ciò? Certo che no! Dahmer continuerà a frequentare locali gay e qui incontrerà la sua seconda vittima: 20 settembre 1987 Steven Tuomi, (Vince Hill-Bedford)

Vince Hill-Bedford
Vince Hill-Bedford e Evan Peters

un ballerino affascinante che porterà all’ Ambassador Hotel dove lo droga e passa la notte con lui. Al mattino, al suo risveglio, si rende conto di averlo ucciso in un raptus incontrollato. Per passare inosservato, mette il corpo dell’uomo nella valigia e lo porta a casa sua. Una volta lì, disseziona il corpo, ma conserva la testa come cimelio in una scatola di legno, la stessa che sua nonna aveva regalato a suo padre, Lionel, per contenere le foto e ricordi della sua vita.

Ormai è il secondo corpo che smembra e che alimenta il suo istinto sessuale e omicida. Non può farne a meno. Jeffrey lavora di notte in una fabbrica di cioccolato e vive ancora con sua nonna. Qualcosa però desta la sua attenzione, un necrologio sul giornale di un giovane sconosciuto lo affascina così tanto che partecipa al funerale e alla veglia funebre. Dopodiché, decide di dissotterrare il cadavere. Tuttavia, questo non riesce perché il terreno è ancora troppo duro a causa del freddo invernale. Tutto questo lo racconterà agli inquirenti nel ’91. Vogliono capire cosa l’abbia spinto a dissotterrare quel corpo, lui si giustifica dicendo che aveva passato l’intera vita a farsi dire cosa fare, una vita dettata dagli altri, stava cercando qualcosa che potesse lui controllare e gestire. Si recava nei locali gay la notte e una volta trovati, portava questi uomini a casa di sua nonna. Li drogava e li portava nel seminterrato dove venivano strangolati. Praticava necrofilia con le vittime, tre uomini sono stati uccisi nella casa della nonna: un uomo di colore, un “chicano” e nativo americano. La puzza però è insistente e nauseante, tanto da portare sua nonna a lamentarsi del cattivo odore e a chiedere a suo nipote di poter fare qualcosa. Il ragazzo spiega che sono gli animali che imbalsama in cantina che puzzano, la donna ci crede, ma è piena di dubbi. Dubbi che prendono piede ancor più per il continuo via vai di ragazzi che Jeffrey porta nel cuore della notte quando lei dorme.

Dyllón Burnside

Uno di questi, Ron (Dyllón Burnside), con cui Jeffrey ha attirato in casa con la scusa di volerlo aiutare perché ha l’auto con la batteria scarica. Jeffrey droga il suo caffè, ma la nonna interrompe i suoi piani sentendo rumori e chiedendo spiegazioni al nipote, che si inventerà sul momento, alche la donna resterà tutta la notte per tenerlo sotto controllo. Al mattino, ancora intontito dalle droghe ma vivo, Ron viene messo su un autobus e lo lascia lì finché non raggiunge il capolinea. L’uomo si risveglia confuso, crolla e poi viene portato in ospedale. Dimesso, si presenta dal detective Rauss (Matt Cordova) e racconta ciò che è successo. Ma quando si presentano a casa dei Dahmer, l’uomo crede alla versione dei fatti di Jeffrey, mentre sua nonna è sempre più convinta che qualcosa non vada, che stia facendo qualcosa di brutto ma non riesce a dimostrarlo. La polizia chiude un occhio davanti a una dichiarazione vera e propria ma priva, purtroppo, di prove che possano condannarlo.

Subito dopo, Dahmer viene condannato, il 14 maggio 1990 a una anno di carcere in semilibertà per aver molestato sessualmente un tredicenne, Somsack Sinthasomphone. Lionel scrive una lettera al giudice chiedendo che Jeffrey sia inserito in un programma di riabilitazione per alcolisti, ma la richiesta viene ignorata, altro errore da parte del sistema giudiziario. Dahmer si trasferisce così al 924 North 25th Street sopranomminata “la casa degli orrori“.

Oxford Apartments, 213 di  924 North 25th Street in Milwaukee, Wisconsin

Nel frattempo Jeffrey ha fatto fuori altre nove vite umane, portando le vittime a dodici in un anno e cercando sempre di non farsi mai beccare. Nel 1991 nel suo mirino ci sarà anche Tony Hughes (Rodney Burford)

Rodney Burford

un ragazzo sordomuto, dal carattere estroso, simpatico, buono e sincero. Una sera è in discoteca è il suo destino, sfortunatamente, vuole sì di farlo incontrare con Jeffrey Dahmer che è lì per compiere il suo ulteriore piano diabolico. I due si conoscono e tra loro avviene una relazione romantica, la prima vera di Dahmer. Qui, per la prima volta, ci viene mostrato un profilo diverso di Jeffrey: non più quello dell’efferato omicida a sangue freddo ma un uomo che ha dei sentimenti, che prova qualcosa, che sente di non voler dare ascolto a quella voce interna che lo pressa nel fare quello che fa sempre. Jeffrey ha un cuore anche lui, ma negli anni ha soltanto imparato a indurirlo, a farlo diventare nero come il piombo. Ma in cuor suo, sa di voler essere amato, di essere considerato anche lui da qualcuno. I due si frequentano, Anthony lo vede come essere umano, come una persona da poter amare a differenza di come gli altri lo vedevano e quasi sempre lo scacciavano.

Rodney Burford e Evan Peters

Jeffrey sentendosi sicuro decide di invitarlo nel suo appartamento, dove però pensa di volerlo drogare, ma resiste a quell’infrenabile impulso di farlo e i due passano la notte insieme. 24 maggio 1991 Anthony dice che deve andare a lavoro e quindi deve andare via, ma Jeffrey non la prende bene, si sente abbandonato, vive dentro con il terrore che tutti se ne vadano dalla sua vita. Il ragazzo promette però che tornerà da lui quando avrà finito. Dahmer prende un martello, ma si placca e lo lascia andare. Tuttavia, quando Tony rientra perchè ha dimenticato le chiavi, l’istinto prende il sopravvento, anche se ha provato in tutti i modi a domarlo ma non è riuscito nell’intento, colpisce Tony e lo uccide. Seppur consapevole che quel ragazzo l’avrebbe amato veramente, lui ha dovuto farlo, doveva rispondere a quello che vive lì dentro: il mostro.

Kieran Tamondong 

Qualche giorno dopo, 27maggio 1991, compra della birra a un ragazzino di quattordici anni laoitiano Konerak Sinthasomphone (Kieran Tamondong) fratello del ragazzo che aveva molestato sessualmente tempo prima. Lo porta a casa sua con la promessa di averlo compensato con denaro se lui avesse posato per delle fotografie. Spesso Dahmer si fingeva fotografo per adescare le sue vittime, ucciderle e fotografarle. Il ragazzo acconsente ma viene drogato da Dahmer e fora il suo cranio nel tentativo di praticargli una lobotomia. Mentre il ragazzino si trova incosciente, Jeffrey esce per sbrigare delle faccende, ma Konerak si risveglia stordito e in stato confusionale cerca di fuggire, ma viene ritrovato sulle scale dell’ingresso dalla vicina di casa di Jeffrey, Glenda Cleveland (Niecy Nash) e sua figlia Sandra Smith (Sandra Nash).

Niecy Nash e Sandra Nash

La donna, insospettita dallo stato del ragazzo e dalla giovane età del minorenne, chiama la polizia, ma i due agenti recatisi sul posto si fanno convincere da Jeffrey che Konerak, incapace di parlare perchè ha bevuto, è maggiorenne ed è il suo ragazzo, ma la donna da tempo sospettosa dell’uomo e dati alcuni trascorsi ravvicinati con lui, non si fida e chiede ai due agenti di controllare e accettarsi. Gli uomini aiutano Jeffrey (ignari ma colpevoli di consegnare la vittima al suo aguzzino) a riportare Konerak nel suo appartamento, senza nemmeno dare un’occhiata approfondita o sincerarsi che il ragazzo stia bene. Non lo fanno, non controllano mentre il corpo di Tony è nascosto sotto il letto, salutano Jeffrey e lui termina ciò che aveva iniziato: uccide Korenak. Jeffrey continua indisturbato ma con gli occhi puntati su di lui da Glenda che ormai è quasi sicura che in quell’appartamento stia succedendo qualcosa di oscuro, il sospetto aumenta per la puzza che da settimane esce dalle griglie di ventilazione e che sta decisamente peggiorando, ma chiedendo spiegazioni al ragazzo lui dice che sono braciole di maiale deteriorate andate a male. La donna si rivolge all’amministrazione condominiale che esegue lo sfratto immediato a Jeffrey. L’uomo capisce che è stata lei a farlo, si presenta a casa sua e in segno di pace porta con sé un panino che ha preparato e vuole che lei lo debba mangiare, forse contaminato da qualche sonnifero anche quello. La donna tiene testa e non lo mangia, l’uomo cerca di convincerla a farlo e di ritirare lo sfratto, ma lei non demorde e decide di portare avanti il suo piano; sbattere fuori Dahmer.

Dahmer nel frattempo porta avanti il suo modus operandi facendo fuori altre cinque vittime. Ma avviene qualcosa di forse inaspettato per lo stesso Dahmer, o meglio, sapeva che sarebbe accaduto prima o poi: una delle sue vittime, la possibile diciottesima riesce di nuovo a sfuggirli. 22 luglio 1991 Glenda quella sera sta guardando la TV nel suo appartamento quando viene insospettita da rumori provenire dall’appartamento accanto di Jeffrey. La donna telefona la polizia per intervenire nuovamente. Il ragazzo, Tracy Edwards (Shaun Brown)

Shaun Brown

un giovane che ha incontrato nuovamente in un locale e che dopo avergli detto di essere un fotografo che cerca modelli l’ha invitato a casa sua. Il ragazzo accetta di seguirlo, appena entrato nell’appartamento però si rende conto dello strano odore che proviene al suo interno ed è preoccupato, ma Jeffrey prontamente interviene, lo calma e gli offre da bere. Tracy è ignaro però che Jeffrey lo ha drogato con la bevanda prima di ammanettarlo, giustificando che fosse per le foto. Lo costringe a seguirlo in camera sua dove inserisce nel videoregistratore il film L’Esorcista III e si mette a decantare la qualità del prodotto. Nonostante sia minacciato con un grosso coltello, quando Jeffrey gli rivela che presto gli “mangerà il cuore”, Tracy trova la forza di reagire e riesce a fuggire dall’appartamento e a chiamare la polizia. Dopo una breve perquisizione, gli agenti trovano diverse fotografie di corpi smembrati e Jeffrey Dahmer viene arrestato.

Dahmer dopo che è stato arrestato e la notizia dei suoi efferati crimini: corpi smembrati, teschi umani e parti di corpo avvolti in sacchetti di plastica e barili da 215 litri, è diventata di dominio pubblico, c’è stata una diffusa indignazione nei confronti della polizia tramite le famiglie delle vittime e anche da parte di Glenda. La donna è turbata del fatto che le sue segnalazioni continue fossero state non considerate e ignorate dalla polizia. Il complesso residenziale dove abitava Jeffrey è considerato pericoloso e gli inquilini vengono sfrattati, costringendo Glenda a prendere una stanza in motel. Il reverendo e politico del partito democratico Jesse Jackson (Nigel Gibbs) si interessa al caso a causa del gran numero di vittime di etnia afroamericana e incontra Glenda, giurando di addebitare alla polizia di Milwaukee la responsabilità delle loro negligenze.

Nigel Gibbs

Lionel Dahmer, affronta i suoi demoni incolpando alternativamente se stesso e la sua ex moglie Joyce, per la devianza di Jeffrey. Jesse Jackson continua a lavorare per conto delle famiglie delle vittime. I due agenti sospesi per il caso del quattordicenne Korenak vengono reintegrati. Jeffrey va in giudizio, poiché la sua richiesta di infermità mentale è stata negata. Dopo che è stato condannato a oltre 900 anni di carcere e sono state ascoltate le dichiarazioni dei parenti delle vittime, Jeffrey ha la possibilità di parlare. Sa di aver sbagliato, di essere malato e chiede scusa alle famiglie coinvolte.

“Ora è finita. Qui non si è mai trattato di cercare di essere liberato. Non ho voluto mai la libertà. Sinceramente, volevo la pena capitale per me stesso. Qui si è trattato di dire al mondo che ho fatto quello che ho fatto, ma non per ragioni di odio. Non ho odiato nessuno. Sapevo di essere malato, o malvagio o entrambe le cose. Ora credo di essere stato malato. I dottori mi hanno parlato della mia malattia, e ora mi sento in pace. So quanto male ho causato… Grazia a Dio non potrò più fare del male. Credo che solo il Signore Gesù Cristo possa salvarmi dai miei peccati… Non chiedo attenuanti.”

Jeffrey Dahmer ( lettera scritta al giudice durante il processo)

Lionel pensa che scrivere un libro sull’essere il padre di un “mostro” sia terapeutico. Jeffrey, è in prigione cercando di adattarsi alla vita da detenuto: riceve molta posta dai suoi” fan” sparsi per tutto il paese, dato che la vicenda è di dominio pubblico nel mondo agli onori della cronaca. Assurdamente, la gente considera Jeffrey Dahmer il nuovo “Michael Myers” o “Freddy Krueger“. Glenda torna nel suo appartamento, ma i ricordi sono ancora tutti lì, dal nastro della polizia sulla porta di Jeffrey ai media come la CNN ancora accampata fuori il palazzo, alla ricerca ovviamente di storie da raccontare. La madre di Tony Hughes, Shirley (Karen Malina White), riceve un un fumetto su Dahmer, indignata, pensa di denunciarli. Scopre anche del libro che Lionel ha scritto romanzando la storia di Jeffrey. Suggerisce di citare in giudizio la famiglia, così come come Jeffrey e la città di Milwaukee. Lionel viene a conoscenza delle ramificazioni legali. Un giudice ha stabilito che tutti i profitti dei libri debbano andare alle famiglie delle vittime, così come i soldi che Dahmer guadagna in prigione e le donazioni per posta che riceve dai suoi seguaci. Anche la famiglia di Sinthasomphone tenta una causa civile contro la città, ma fa infuriare di più i bianchi e la famiglia diventa bersaglio di telefonate e minacce razziste nei loro confronti.

1994: Glenda vede in televisione un servizio sull’imminente esecuzione di John Wayne Gacy ( è stato un serial killer statunitense. Soprannominato il “Killer Clown”, ha rapito, torturato, sodomizzato e ucciso 33 vittime) in prigione, Jeffrey nel frattempo usa la sua fama per attirare verso di lui fastidio da parte di alcuni detenuti in vari modi. Uno dei carcerati,

Furly Mac

Christopher Scarver ( Furly Mac), un nero fanatico religioso malato di schizofrenia, non ama affatto Jeffrey e i suoi “simili”. Un giorno, mentre svolge le sue mansioni quotidiane, Jeffrey vede Gacy in Tv che parla di religione. Decide di discutere con il cappellano della prigione sulla malvagità e salvezza: l’uomo conclude dicendo che c’è il perdono per tutti e gli racconta la storia di Gesù quando fu crocifisso, esortando Dahmer ad accettare Cristo e il perdono di Dio. Jeffrey vuole convertirsi al Cristianesimo e si fa battezzare in carcere, lo stesso giorno che Gacy viene ucciso tramite iniezione letale e avviene un’eclissi solare.

Evan Peters e Dominic Burgess(nei panni di Wayne Gacy)

Glenda vive con l’odio verso Dahmer e la vendetta nei suoi riguardi. Viene invitata al matrimonio della famiglia Sinthamphone e mentre parla con il padre dei ragazzi, Southone, l’uomo rivela che vorrebbe essere di nuovo se stesso, ma si sveglia ogni giorno ricordando che suo figlio è morto e Dahmer invece è ancora vivo. Jeffrey sta pulendo la palestra della prigione insieme a un altro detenuto, Jesse Anderson (Jeff Harms). Dopo un pò anche Scarver si aggiunge al servizio di pulizia. Quando il guardiano si allontana, Jeffrey averte disagio, qualche istante dopo, le urla del terzo detenuto risuonano dal bagno vicino, mentre Scarver affronta Dahmer sui crimini che ha commesso, lo picchia a morte con un bilanciere colpendo ripetutamente alla testa: Jeffrey Dahmer è morto. Suo padre riceve la notizia del figlio che è morto; nell’obitorio guarda il cadavere del figlio e dice:

«Ti ho amato dal giorno in cui sei nato e ti amerò fino al giorno della mia morte».

Piange e abbraccia il cadavere orrendamente sfigurato. Il corpo di Jeffrey viene cremato come secondo il suo testamento, ma nasce una disputa legale tra i suoi genitori: un gruppo di ricercatori desidera studiare il cervello di Jeffrey, prelevato durante l’autopsia, e la madre Joyce è d’accordo, mentre Lionel no. Voleva che il suo corpo, secondo i desideri del figlio, fosse cremato. Alla fine è quest’ultimo a vincere la causa, con il giudice che dichiara che la domanda di come mai Jeffrey fosse così è destinata a non avere mai una risposta precisa. Nel frattempo, Glenda cerca di far costruire un memoriale per le vittime nel luogo dove sorgeva l’edificio dei crimini di Dahmer, abbattuto per decisione del comune, ma una scritta in sovrimpressione alla fine dell’episodio informa che non riuscirà mai nel suo intento.

Dopo aver ripercorso assieme le tappe fondamentali della serie e del progetto basato su fatti reali, anche se alcune sequenze e situazioni non sono del tutto reali perchè è stato romanzato, ed è pur sempre un prodotto televisivo e c’è di mezzo una sceneggiatura. Ora, di nuovo, vi pongo la domanda iniziale:

JEFFREY DAHMER: mostro o anche essere umano?

La risposta è arrivata, ed è entrambe le cose: Jeffrey era un mostro ma anche un essere umano. Non esula né una e né l’altra ovviamente. Ma voglio spiegarvi il motivo, se volete, della mia risposta conclusiva. Questo qui è un articolo diverso da quelli che scrivo abitualmente o tematiche di cui mi occupo, volevo cimentarmi a livello psicologico e non soltanto dal punto di vista seriale, ecco. Quindi anche per me non è stato semplice analizzare la vita e tutto quello che Jeffrey Dahmer ha fatto negli anni, sia chiaro questo perchè qui nessuno vuole essere santificatore di nessuno ma nemmeno condannatore, ci tenevo a chiarire questa posizione da parte mia.

Detto questo, Jeffrey Dahmer chi era? Difficile dirlo perchè era un assassino, necrofilo, pedofilo e un cannibale. Ha fatto cose orrende, macabre, inumane senza risparmiare davvero mai nessuno. Non era spinto da una follia omicida senza precedenti che non si poteva spiegare o nemmeno ponderare, no. Jeffrey agiva con destrezza, lucida consapevolezza, con pensiero, calcolo dettagliato (anche se qualcosa gli sfuggiva) che permetteva lui di agire indisturbato per anni. Ecco chi era Jeffrey Dahmer, il “mostro” di Milwaukee. Su questo siamo ampiamente d’accordo perchè non ci sarebbe scusanti o non si potrebbe affatto minimizzare su ciò che ha fatto quest’uomo per tanti anni senza mai essere del tutto colpevole ma trovando sempre un sotterfugio eccezionale. Ma era soltanto un mostro quest’uomo o anche un essere umano come gli altri? Jeffrey abbiamo visto ha passato momenti oscuri e difficili nella sua vita, la carne sul fuoco era tanta e si vedeva: due genitori inesistenti, sempre pronti a farsi la guerra tra loro senza considerare il bene del proprio figlio, senza curarsi minimamente di lui e dei suoi interessi (il padre l’ha fatto ma credo fosse solo per assecondare quel lato del figlio per una carriera futura essendo anche lui operante nel campo medico) ma facendolo sempre trovare nel mezzo dei loro disagi quotidiani e delle loro isterie annesse. Insomma, due figure sbagliate e che avevano inciso sul percorso mentale e di crescita di Jeffrey. Senza considerare poi che, almeno da quello che fanno capire, sua mamma prendeva psicofarmaci quando era incinta di lui, questo avrà causato delle lesioni interne al sistemo nervoso e celebrale del feto, o no?

Eppure quel cervello sarebbe stato esaminato, se non fosse per Lionel che si è opposto non volendo, ad oggi forse una risposta dal punto di vista clinico e psichiatrico ci sarebbe stato? Forse sì o forse no. Però il fattore di come cresceva nel grembo avrà inciso sicuramente. Così come nella società in cui viveva dove doveva all’ età adolescenziale e dopo, nascondere o non assecondare del tutto quel suo orientamento sessuale o reprimerlo. Sì, perchè Jeffrey diciamolo pure ma non ha mai vissuto del tutto il suo essere “omosessuale” o comunque non ha dato mai libero sfogo in maniera leggera e in pace con se stesso da quel punto di vista, anzi, assecondava soltanto il suo feticcio e perversione mentale attraverso gli atti sessuali abusivi che compieva sui suoi cadaveri. Pensateci bene: l’abbiamo mai visto presso seriamente e veramente da qualcuno? Provava attrazione, ma non era amore, era impulso, istinto sessuale deviato il suo.

Jeffrey viveva in un contesto storico e societario in cui doveva apparire come gli altri volevano: la famiglia, la religione, il contesto pubblico, istruzione e il lavoro: doveva essere sempre quello che gli altri dicevano o volevano da lui, non aveva mai vissuto una vita appieno nel vero senso della parola. Non voglio giustificarlo, assolutamente, ma se fosse stato amato veramente, se avesse ricevuto attenzioni giuste, se fosse stato ascoltato di più, confortato, protetto e curato realmente forse alcune cose sarebbe state diverse ad oggi. Jeffrey era un mostro, ma anche un uomo, pericolosamente fragile, stessa fragilità che lo portava a cedere e ad ascoltare quegli impulsi che, seppur volendo, non avrebbe mai riuscito a contenere forse, dico forse. A Dahmer non gli si è annebbiata la mente, non era follia o istinto il suo, ma solo paura di essere lasciato solo, e consapevolezza che questo, prima o poi, si sarebbe ripresentato sempre. Ripeto, nessuno vuole giustificare ciò che ha fatto, ma è quasi impossibile (almeno per me) non empatizzare con lui perchè del resto, ammettendolo o meno, nessuno di noi vorrebbe mai essere abbandonato. Dahmer è cresciuto col senso dell’abbandono e solitudine continua: genitori, padre e madre, coetanei, magari anche uomini che lo usavano e poi lo buttavano, ma questo facevo anche lui con loro, bisogna sottolinearlo. Insomma, in lui scattava quella paura incessante di restare solo e quindi, a modo suo, tentava in tutti i modi di tenere a sé quelle persone, seppur con un metodologia del tutto tossica e malata. Perché lo fa? Perchè commette tutti quegli atti necrofili? Perchè Jeffrey non è capace di avere rapporti sessuali, e prima ancora umani. Perchè non sa davvero come interagire con le sue vittime e quindi ha paure di essere abbandonato. Così prende il controllo di tutto e dei loro corpi senza che loro possano decidere. Non sa vivere come essere umano, quindi asseconda quella latente fragilità che esonda totalmente nella devianza sessuale.

Jeffrey non è causa del suo male perchè oltre l’aspetto della sua famiglia, anche il sistema, soprattutto delle forze dell’ordine e della protezione in cui viveva non ha ascoltato le continue segnalazioni di una comunità, in questo caso soprattutto di Glenda Cleveland che ripetutamente si è scagliata contro di lui, con la consapevolezza che qualcosa di strano succedesse in quell’appartamento. La polizia, per esempio cosa ha fatto? NIENTE! Nonostante le segnalazioni alle forze dell’ordine denunciando odori nauseanti e urla provenienti dalla residenza o sparizioni improvvise, perchè queste persone allora non venivano ascoltate? Facile, perchè nell’America degli anni ’90 gli uomini bianchi sono rispettabili, i neri no, Il razziale sistemico era alla base di tutto. E nessuno, dico nessuno, osava mettere in discussione quel ragazzo, bianco, dall’aspetto per bene, così come nessuno però provava ad indagare davvero su quelle persone scomparse. Perchè? Perchè sono nere e omosessuali, perchè secondo la polizia si sono allontanate volontariamente di casa per continuare ad abusare di droghe, alcol e sesso perverso. D’altronde Jeffrey era stato già condannato per aver abusato di un minorenne, ma nessuno ha fatto niente. Anzi, è stato rilasciato in semilibertà. Dahmer era Dahmer perchè il sistema in cui viveva l’aveva protetto (senza sapere del male che arrecava ad altri) e, assecondano nella sua missione deviata. La colpa è anche di loro, delle forze dell’ordine e il sistema giudiziario che non hanno mosso un dito ma hanno messo in discussione la parole di altri facendo riferimento al colore della pelle. Personalmente ammiro Glenda, ha combattuto fino a quando ha potuto, non si è piegata al sistema, ha insistito affinché finisse tutto quanto, ma spesso la sua voce era quella di un pesciolino nell’oceano, ahimè.

La serie, come ho già detto all’inizio ha destato disapprovazione e rivolta mediatica. Tra cui il mondo LGBTQ+ in cui, il 23 settembre dopo proteste continue da Twitter, Netflix decise di togliere il tag “LGBTQ+” per rappresentare la serie. Così come anche EBay, dopo la messa in onda del progetto, ha vietato la vendita di costumi di Halloween a tema Dahmer per “violazione della politica sulla violenza e sui criminali violenti”. Ma non solo, anche le famiglie delle vittime, giustamente, hanno avuto da ridire quando si è scoperta dell’uscita di questo prodotto che riportasse in vita Jeffrey Dahmer. Nel 1992, nel processo di Dahmer, Rita Isbell, sorella di Errol Lindsey, una delle sue vittime, diede in escandescenze ed inveì verbalmente urlando contro l’imputato in una scena che è stata ripetutamente riproposta da allora nella serie dall’attrice DaShawn Barnes. A settembre, un utente di Twitter, Eric, cugino di Isbell, scrisse:

DaShawn Barnes

“Non sto dicendo a nessuno cosa guardare, so che i vari generi true crime fanno ascolti enormi [in questo momento], ma se siete davvero curiosi delle vittime, la mia famiglia (gli Isbell) [è] incazzata per questa serie. Si stanno ritraumatizzando ancora e ancora, e per cosa? Di quanti film/serie/documentari abbiamo bisogno ancora?”. Egli aggiunse: “I miei cugini si svegliano ogni pochi mesi con un sacco di chiamate e messaggi e sanno che c’è un’altra serie su Dahmer. È crudele.”

Il 26 settembre 2022 Insider pubblicò un resoconto di un’intervista a Rita Isbell, che condivise come si sia sentita infastidita guardando la scena rievocata della sua esplosione di rabbia alla lettura della sentenza di Dahmer nel 1992.

«Sembrava di rivivere tutto da capo. Mi ha riportato tutte le emozioni che stavo provando allora», dichiarò Isbell. «Ma non ho fame di soldi, ed è di questo che parla questo show, Netflix che cerca di guadagnarci su», disse.

Inoltre, alcune famiglie delle vittime dichiararono di non aver ricevuto nessuna telefonata da Netflix e nemmeno da Murphy per metterle al corrente che ci sarebbe stata l’ennesima serie o progetto televisivo sul killer di Milwaukee. Nessuno sapeva niente, nessuno ha fatto nulla per impedire che il progetto andasse in porto e fosse di dominio pubblico. Qui non mi sento affatto di mettere in discussione o nemmeno contestare la parola e pensiero di queste famiglie perchè si sta parlando del loro dolore, ed è giusto che loro abbiano questa reazione. La serie si ispira a fatti realmente accaduti, era inevitabile che avrebbe smosso l’opinione pubblica. Lo ritengo anch’io grave che sia stata creata una serie Tv su di lui. Un prodotto che parla della sua vita, di chi era circondato e analizzando ciò che ha fatto. Forse è inappropriato dedicare maggiore parte di questo prodotto a Dahmer e mettere in luce il suo tormento interiore, questa sua consapevolezza di essere diverso, di beffarsi di essa, ed di essere incapace di adattarsi. Ma come l’hanno fatto con Dahmer, bisogna anche affermare che in altri progetti simili c’era quasi lo stesso modus operandi. Un’altra serie di successo di Netflix tra il 2017 e 2019  Mindhunter. serie in cui viene analizzato attraverso il lavoro di due detective il profiling, attraverso interviste, dei serial killer sotto esame. Qui Netflix ha quasi disperatamente voluto far passare, attraverso quello che ha vissuto, Dahmer come vittima. Viene elogiata la sincerità che ha nel mostrarsi diverso e inadatto per la società in cui viveva. Questo è vero. Ma credo che in parte, o forse mi sbaglio, non sia stato quello l’intento di Murphy e della produzione di far passare il messaggio che Dahmer fosse una vittima.

D’altronde sono questi i prodotti televisivi e cinematografici che creano attenzione e fascino, come tipo “il silenzio degli innocenti” o “Hannibal” di Anthony Hopkins dove interpreta il cannibale Dr, Lecter, o nei remake “Red Dragon” e prequel di Hannibal Rising (2007). E poi la splendida serie tv Hannibal e la criticata negativamente serie “Clarice“. Il fascino di esse sta nel fatto che il pubblico è convinto di poter dare risposta alle grandi “domande della vita” Perchè Jeffrey Dahmer ha ucciso tutte quelle persone? Qual è il fattore scatenante e fautore di esso? In verità questa serie Tv, come molte altre, o film, non rispondono effettivamente a questo quesito ma vanno a dare delle risposte molteplici a seconda del proprio punto di vista soggettivo, forse. L’autore Coltan Scrivner afferma che la popolarità di questi prodotti suggerisce che

“la curiosità morbosa è un tratto psicologico comune delle persone”

Il punto finale è che è facile secondo me affermare con certezza che qualcuno è ” pazzo” o perchè ” ha subito e veniva maltrattato” oppure perchè drogato o nel barlume dell’alcool. Le cause sono molteplici, ma è la realtà, invece, che è molto più complicata di quel che sembra. All’interno di queste questioni sono presenti fattori variabili ed elementi che non possono darci effettivamente e matematicamente una risposta universale vera, concreta, parziale al perchè qualcuno uccide qualcun altro. Negli anni, specialisti dell’FBI, dopo analisi ed interviste, hanno coniato il termine serial killer. Si era scoperto, attraverso un lavoro metodico, che poteva esserci una correlazioni tra contesto sociale e motivazionale personale che spingeva, ogni serial killer, ad uccidere. Sicuramente dietro ogni gesto c’è una causa, un motivo scatenante, che attenzione, non vuole essere un pretesto o attenuante, ma è, a tutti gli effetti, un elemento pur sempre da considerare. Far passare da vittima Dahmer, o empatizzare con lui fa strano, come allo stesso tempo si tenta di addossare la colpa alle dinamiche che in parte lo avranno influenzato, no? Io la vedo così: aldilà che si volesse produrre un prodotto notevole dal punto di vista cinematografico/seriale, ottimi effetti speciali, trama ben delineata e lineare, e attori che sapessero calzare a pennello nei panni dei personaggi, o dal punto di vista economico e di incassi. Okay, ma secondo me volevano anche dimostrare (magari mi sbaglio) che ci sono sempre, volente e non, dei fattori che possono portare quel crick nella nostra testa, quei fattori accumulati nel tempo per varie vicissitudini di ognuno di noi che assonate, possono far scaturire in noi quell’istinto di commettere atti impuri e deviati. Ricordate che tutti siamo esseri umani, tutti possiamo commettere impurità o siamo potenzialmente degli assassini. Con l’unica differenza che alcuni possono controllare e sapere da che parte stare. Jeffrey Dahmer poteva scegliere? Forse sì, ma non l’ha fatto, ed è così che ha fatto prevalere in lui il suo essere mostro sporcando alla fine quello che restava di essere umano (in parte) che era in lui. In lui coabitavano due persone diverse: doveva scegliere. Non sto cercando di redimere la sua immagine perchè ammettiamolo, non l’ha fatto nemmeno lui così tanto, ma sto cercando di far capire che non si possono non considerare elementi nel mezzo, aldilà del credo religioso, morale, civile e umano. Io ho visto sia la mente gelida di un serial killer e anche la parte umana (schiacciata) dell’uomo.

Jeffrey Dahmer era un mostro, ma anche un essere umano.

Voto: 8

Miss. Bradshaw

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