RECENSIONE The Manor

THE MANOR non ha sicuramente paura di prendere una posizione ben precisa. Thriller/horror prodotto da Amazon Studios, cerca di raccontare la difficoltà delle persone nell’accettare la vecchiaia che sopraggiunge, il corpo che non risponde più perfettamente ai comandi della mente, e i vari problemi che possono derivare dal non essere compresi dai propri familiari.

Judith (Barbara Hershey) è una bella signora di settant’anni che durante il giorno del suo compleanno accusa un malore, e dopo l’accaduto e le relative visite, di sua spontanea volontà decide di ritirarsi all’interno di una casa per anziani, così da non dover diventare un peso e una preoccupazione in più per la sua famiglia. Una volta all’interno dell’antica magione, inizia a percepire la presenza di una strana creatura che di notte tormenta i residenti e li porta lentamente e inesorabilmente alla morte. Grazie all’aiuto del giovane nipote, la donna verrà a scoprire oscuri e antichi segreti, riguardanti la misteriosa dimora e i suoi strani ospiti.

Il film ha sicuramente dalla sua un’ottima ambientazione, classica per il genere ma di sicuro impatto. L’atmosfera tetra, lugubre e claustrofobica è un’arma che se usata a dovere riesce sempre a funzionare e a trasferire la giusta dose di disagio nello spettatore. Trasformare il luogo nel protagonista del racconto, risulta anche in questo caso una scelta vincente: corridoi stretti e bui, luci soffuse che nella realtà non servirebbero a nulla, ma nella scenografia della storia danno quel tocco di apparente speranza nel vortice della follia. Lampadine di colori improbabili, tendenti quasi sempre al rosso, in grado di creare un clima sanguinolento e opprimente e giochi di luce stranianti, ad evidenziare ombre e forme molto poco rassicuranti e di natura sovrannaturale e poi ancora tutta una serie di altri accorgimenti: dalla soffocante moquette sul pavimento alle pareti rivestite in legno, che danno un senso di antico e selvaggio, quasi a ricordare una vecchia baita di montagna.

La protagonista si ritrova così, da un momento all’altro, imprigionata in una casa piena di gente che non conosce; lei che ha avuto un passato da artista e ballerina, che ha fatto del corpo lo strumento principale per i successi della sua vita, ora è ingabbiata in quello stesso involucro, invecchiato prima della sua anima. La sua mente ancora allenata e brillante è messa a dura prova dagli strani eventi che si susseguono giorno dopo giorno all’interno di quello, che più che un istituto di riposo e tranquillità, sembrerebbe una vera e propria prigione dalla quale l’unico modo per uscire è dentro una cassa da morto.

La figura dell’anziano dentro gli horror è sempre riuscita ad avere un grande impatto visivo, innocenza mischiata a terrore puro; un volto solcato dalle rughe e segnato dalle ferite della vita, ancora oggi funziona sicuramente di più di qualche fantasma o mostro creato in CGI. Sono due le età, completamente opposte tra loro, che davanti ad uno schermo, in una storia di paura, riescono ancora a far saltare dal divano chi sta guardando: i bambini, l’età della fanciullezza e della spensieratezza, e come appena detto, gli anziani, persone che ne hanno viste di tutti i colori, che potrebbero raccontare fatti su qualsiasi cosa e che anche grazie alla loro esperienza e alla fisionomia vissuta e deformata dal tempo, possono trasferirci dosi di adrenalina e spavento indicibili (guarda la vecchia indigena nel King Kong di Peter Jackson).

La svolta sovrannaturale, di rimando alle streghe e alle antiche leggende celtiche, che il film adotta verso la fine, riesce ad essere ben contestualizzata all’interno del racconto e i personaggi tirati in ballo hanno le caratteristiche giuste per essere credibili come tali.

L’unico problema, o a seconda dei punti di vista, il momento di svolta del film, il guizzo che non ti aspetti, e qui torniamo all’inizio dell’articolo, è il comportamento sul finale della protagonista, fino a quel momento mostratasi ferma sulle sue idee e intenta in tutti i modi a fermare il male che la minaccia.

Nell’atto conclusivo, Judith sceglie una strada che di conseguenza fa prendere una posizione netta al lungometraggio, contestabile sicuramente ma di grande impatto, che inizialmente spezza la tensione andatasi a creare fino a quel momento ma che lascia comunque con l’amaro in bocca.

La vecchia legge della sopravvivenza sarà sempre più forte di ogni altra generosità retorica, e l’uomo di conseguenza rimarrà il più bastardo fra gli esseri viventi; per sconfiggere il male bisogna diventare il male.

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