La ferrovia sotterranea, una fuga verso la libertà

Barry Jenkins, il regista di Moonlight (che nel 2017 vinse il premio Oscar per il miglior film), ha portato sul piccolo schermo La ferrovia sotterranea (The Underground Railroad). Un progetto ambizioso iniziato nel 2019 che, però, ha visto la luce solo il 14 maggio 2021, quando la serie limitata è stata distribuita da Amazon Prime Video. Tratta dal romanzo omonimo che ha vinto il Premio Pulitzer nel 2017 di Colson Whitehead, la miniserie è un viaggio all’interno degli Stati Uniti abolizionisti dell’Ottocento in cui la vera protagonista è la fuga dalla schiavitù. La ferrovia sotterranea non è davvero esistita. Quando si parla di ferrovia sotterranea si intende, infatti, tutta quella rete di percorsi, case e abolizionisti che si sono occupati di far scappare gli schiavi neri verso il Canada, dove la schiavitù era stata abolita già nel 1793. Colson Whitehead ha reso fisica questa metafora immaginando nel suo romanzo ucronico una vera ferrovia con fermate, agenti e passeggeri che la usavano per spostarsi dalla Georgia al South Carolina e verso tutti gli altri Stati considerati più sicuri per gli schiavi fuggitivi.

La ferrovia sotterranea racconta la storia di Cora (Thuso Mbedu), una ragazzina nera nata schiava in una piantagione di cotone della Georgia. Riesce a scappare dalla piantagione dei Randall grazie all’aiuto di Ceasar (Aaron Pierre) che aveva preso contatti con la ferrovia. Arrivati nella Carolina del Sud, i due cercano di farsi una nuova vita e in parte ci riescono in quanto vengono accolti dalla comunità. Purtroppo, la situazione non è florida come sembra; infatti i bianchi del South Carolina usano gli ex schiavi neri per i loro esperimenti.

Ma non è l’unico motivo di preoccupazione della nostra protagonista: Cora è inseguita da uno dei più grandi cacciattori di taglie, Ridgeway (interpretato da un magnifico Joel Edgerton). Ridgeway ha un conto in sospeso con Cora perché la madre, Mabel (Sheila Atim), è l’unica schiava che gli è sfuggita e che non è riuscito a ripotare alla piantagione. Per lui diventa un’ossessione riportare Cora al suo legittimo padrone. E quindi Cora dovrà scappare in continuazione, intervallando momenti di pace e momenti di fuga. Chi la spunterà? Dovrete vederla per scoprirlo! Sono dieci puntate e ognuna di esse ha un focus, che sia un momento del viaggio o un personaggio approfondito (ci sono puntate dedicate a Mabel, a Ceasar e a Ridgeway, come nel libro).

L’andamento è molto lento, con le musiche di Nicholas Britell e la fotografia di James Laxton da sfondo. Gli spettatori sono catturati dalla telecamera che si focalizza su immagini statiche inquadrando troppo spesso i volti degli attori, quasi per richiamarci e rimproverarci di quel che è stato. I colori caldi della piantagione si mescolano a quelli più grigi della città (in particolare con quelli del North Carolina dove gli schiavi neri e chi li aiuta vengono sottoposti a torture). C’è un’estetizzazione del dolore, la crudeltà viene mostrata all’insegna del show, don’t tell. Indubbiamente, la miniserie mette in risalto il maltrattamento degli schiavi neri nelle piantagioni spettacolarizzando il corpo senza però mostrarlo martoriato, quindi aspettatevi scene ed argomenti forti.

Se le sequenze sono edulcorate (solo in parte) da una tecnica che parla senza mostrare, i dialoghi hanno un gusto tarantiniano (ricorda Django Unchained per certi aspetti) e sono ricchi di pathos, oltre ad essere costruttivi per capire alcune vicende che non sono chiarite esplicitamente. La presenza di Homer (Chase W. Dillon), il bambino che segue Ridgway in tutti i suoi viaggi, rende alcune scene prevedibili perché ti aspetti il suo intervento. È una miniserie molto particolare, fatta tecnicamente bene, ma che potrebbe non coinvolgere completamente l’attenzione dello spettatore, non è una serie da intrattenimento. Riflette sulla schiavitù e sulla fuga, perché un fuggiasco non sarà mai libero dalle catene del suo passato, proprio come Cora ci dimostra. La consiglio a chi è interessato a questi argomenti, anche perché è pesante e non prestabile al binge watching. D’altronde parla di una pagina nera della storia anche se contornata dalla speranza di trovare la libertà.

Inoltre, è stata nominata agli Emmy Awards del 2021 come miglior serie limitata e, nonostante non abbia vinto, ha comunque ricevuto pareri positivi dalla critica perché non è la solita serie storica. Consiglio di guardarla se vi piace il genere ucronico. La lentezza, però, e le lunghe pause in cui non succede granché, potrebbero essere un problema. Voto: 7.

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