RECENSIONE Io sono nessuno

Strano ma vero, la seconda volta in poco tempo che mi succede di vedere un film e rimanere soddisfatto fino alla “scena del bus”; mi è accaduto con Shang-Chi, in cui proprio una sequenza di lotta su un mezzo pubblico mi aveva esaltato per poi confermarsi l’ultimo momento godibile della pellicola, e lo stesso posso dire di IO SONO NESSUNO. Anche qui, la scazzottata “uno contro mille”, si stava rivelando il lato migliore e anche il presupposto per la visione di un diverso tipo di “revenge movie”. Mi sono trovato davanti alla caccia al cattivo di turno da parte di un outsider, un signor nessuno appunto, non i soliti ex veterani o killer professionisti pensionati.

Il problema è che qualche segnale di cafonata già lo avevo cominciato a captare pochi minuti prima, quando proprio il pretesto per il risveglio della furia assassina da parte del protagonista Hutch, mi era sembrato superficiale e troppo sbrigativo.

Gli rubano dentro casa, aggrediscono il figlio maggiore, terrorizzano la moglie e la bambina più piccola ma niente è peggio di perdere un braccialetto con il ciondolo di un gattino.

Questa piccola leggerezza però non è stata in grado di scalfire le aspettative che aumentavano minuto dopo minuto, verso un film che come detto in precedenza, risulta distaccarsi dai classici topos narrativi degli action di questo tipo.

La mano dei creatori di John Wick è palpabile, il modo in cui è trattato il personaggio di Bob Odenkirk ricorda molto l’assassino interpretato da Keanu Reeves, un antieroe fallibile, che sferra calci e pugni e allo stesso tempo riceve tante botte e coltellate, la cui faccia cambia di scena in scena, si deforma, si taglia e sanguina.

La mutabilità del corpo degli attori durante i film, rende il prodotto più organico e in sintonia con le sensazioni provate dallo spettatore; in un certo senso, il fatto che i personaggi delle storie che guardiamo si facciano male, cadano, si graffino o si rompano i denti, ci fa sentire più vicini a loro e al loro dolore e quindi ci fa essere parte integrante del racconto. Il Vin Diesel di turno, che affronta eserciti interi e minacce atomiche e alla fine indossa sempre la sua bianca e lucente canottiera, rimane il simbolo di un eroe lontano dai comuni mortali, come Superman, e per questo si viene a tagliare il filo emotivo con chi osserva; non sentirci allo stesso livello o possibili protagonisti dei nostri sogni è la morte stessa della fantasia che alimenta l’arte.

Hutch, uomo oppresso, marito relegato al suo lato del letto e padre scavalcato, è proprio il simbolo del perdente che si fa strada a suon di botte verso la sua piccola vendetta personale. Sarebbe stato interessante vederlo girare per tutta la notte tra le vie della città incontrando e scontrandosi con miriadi di personaggi diversi fino ad arrivare alla sua vittoria, fosse stata essa il ritrovamento del tanto famigerato bracciale o meglio ancora la riscoperta di se stesso.

Purtroppo i produttori di John Wick si sono ricordati di essere tali e hanno trasformato il tutto in una simpatica baracconata, in cui il villain di turno diventa un buffone di corte e il buono nel supereroe con super poteri pronto alle battute migliori nelle peggiori occasioni.

Divertente si, con ottime scene d’azione si ma non si può far diventare Doc di Ritorno al futuro un membro dei mercenari di Sylvester Stallone.

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