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3% Netflix: meritocrazia o uguaglianza? (NO SPOILER) 

La letteratura e il cinema degli ultimi anni ci hanno fatto entrare spesso in contatto con i cosiddetti mondi distopici, ossia società guidate da bruti e tiranni, da pochi eletti che credendosi superiori si elevano a capi della società. Elemento fondamentale è quindi la divisione tra i molti, molto spesso costretti alla fame e a condizioni di vita precarie e i pochi, i ricchi, i privilegiati. 

Altro elemento fondamentale è la tecnologia, i media, il monitoraggio continuo delle masse per poterle controllare e manipolare. Grande precursore del genere distopico è sicuramente il grande Orwell con il suo 1984, in cui niente sfugge all’occhio del Grande fratello con tutte le conseguenze che ne derivano per la vita del protagonista e di chi gli sta vicino. 

In 3 % ci troviamo in un Brasile apocalittico in cui la maggior parte della popolazione,  il 97%, vive nel cosiddetto Entroterra immersa in uno stato di fame e miseria, mentre appunto il restante 3% vive in un paradiso idilliaco chiamato Offshore (Maralto). Per gli abitanti dell’entroterra c’è un unico modo per poter accedere all’Offshore, ossia attraverso il Processo, un percorso fatto di test e prove che serve a valutare le abilità e il merito di ciascun partecipante. Per poter partecipare al Processo bisogna essere regolarmente registrati e aver compiuto 20 anni. Ogni società distopica che si rispetti ha però sempre al suo interno dei ribelli, coloro che vanno contro il sistema, e in 3% questo ruolo è svolto da un’associazione detta la Causa. Nella serie entriamo in contatto non solamente con le storie dei ragazzi partecipanti al processo ma anche con quella del leader del Processo, colui che lo gestisce e prende le decisioni. 

Un punto di forza della serie è proprio la buona caratterizzazione dei personaggi che porta lo spettatore ad affezzionarsi a loro già dai primi episodi.  
Nel corso della prima stagione ci vengono spiegate le motivazioni che hanno portato i protagonisti a partecipare al processo e il loro percorso verso le prove finali. 
La serie prende sicuramente spunto dalle recenti pellicole distopiche prima fra tutte Hunger Games, ma c’è molto anche di Divergent, Blaze Runner e The Giver, introducendo però un’importante variante: la scelta. Infatti in quasi tutti i film citati i nostri protagonisti sono costretti a fare un certo percorso, in 3% invece sono i protagonisti che decidono di confrontarsi con il Processo, certo ognuno con una motivazione diversa, ma tutti liberi di tornare indietro in ogni momento. Ciò che regge la logica del Processo è il merito, solo chi ha determinate capacità e abilità meritera’ di arrivare all’Offshore, e badate bene non per forza tra queste abilità devono essere considerate solo quelle comunemente definite positive e eticamente corrette. Di certo questa logica é ben lontana dall’idea di una società basata su giustizia e uguaglianza dove tutti hanno diritto alle stesse risorse e opportunità.

3% è una serie che si guarda tutta d’un fiato sopratutto per capire se i protagonisti riusciranno a scalare il processo per raggiungere l’agognato Offshore, ma ne verrà veramente la pena? 

Giusto e sbagliato, bene e male si fronteggiano costantemente in questa serie dal finale per niente scontato, dove sembra crollare ogni certezza su che cosa sia veramente la giustizia. 

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